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FOTO E PRESENTAZIONE – “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi al Teatro Sociale

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Ford’s Theatre di Washington, 14 aprile 1865, il Presidente Abraham Lincoln viene ucciso con un colpo di pistola alla testa nel palco presidenziale da cui avrebbe dovuto assistere a uno spettacolo. Con questo antefatto inizia “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi nella versione messa in scena da Nicola Berloffa che giovedì 26 novembre torna, dopo molti anni, al Teatro Sociale di Como, terza opera del cartellone lirico 2015/16.

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La trama e l’ambientazione nordamericana non si discostano molto dall’opera originale rappresentata per la prima volta al Teatro Apollo di Roma il 17 Febbraio 1859 musicata da Giuseppe Verdi su libretto di Antonio Somma da Gustave III, ou Le bal masqué di Eugène Scribe. Il periodo storico è, invece, diverso. Somma aveva, inizialmente, preso spunto dall’assassinio del Re di Svezia Gustavo III, ma la storia di un marito che uccide il presunto rivale in amore, niente meno che un re, fu considerata troppo oltraggiosa, soprattutto in pieno clima risorgimentale.

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Di conseguenza Verdi introdusse alcune modifiche, spostando l’azione dalla Svezia a Boston e trasformando il re nel Conte Riccardo di Warwich, Governatore di Boston, perciò ben prima che i coloni inglesi nel 1776 lessero la dichiarazione d’indipendenza. Ma lo scarto di circa un secolo che Nicola Berloffa impone alla vicenda nulla toglie al clima di amore, tradimenti, complotti e morte che percorrono l’opera dall’inizio alla fine, anzi Nicola Berloffa aumenta il tasso thriller ispirandosi ai film di Hitchcock. Tutta la vicenda ruota attorno all’uccisione del conte Riccardo, che avverrà alla fine, ma gli spettatori sanno fin dall’inizio che c’è un gruppo di congiurati che trama per ucciderlo e attenderanno, in un phatos crescente, la scena del delitto finale.

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Opera della maturità di Giuseppe Verdi, ne “Un ballo in maschera” le arie più celebri sono “La rivedrà nell’estasi”, romanza di Riccardo, “Alla vita che t’arride”, romanza di Renato, “Ma dall’arido stelo divulsa”, romanza di Amelia. La direzione è affidata al Maestro Pietro Mianiti che guiderà un cast di voci acclamate nel panorama  del mondo operistico: tra queste ritroviamo nei ruoli primari quelle di Anna Maria Chiuri (Ulrica), Angelo Veccia (che debutta il ruolo di Renato),ha studiato a S. Cecilia e alla Juillard School of Music di New York, Sergio Escobar (Riccardo), spagnolo di Toledo, ha studiato canto presso il Conservatorio ‘Arturo Soria’ e presso la Escuela Superior de canto di Madrid, Daria Masiero (Amelia), soprano, si diploma con il massimo dei voti in canto presso il Conservatorio di Alessandria e si perfeziona poi presso l’Accademia della Scala. Al loro fianco Shoushik Barsoumian, Carlo Checchi, Mariano Buccino e Giuseppe Distefano. Accompagneranno i cantanti l’Orchestra I Pomeriggi Musicali e il Coro Operalombardia.

Completeranno l’allestimento le scene di Fabio Cherstich, i costumi di Valeria Donata Bettella e le luci di Marco Giusti..

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Teatro Sociale di Como

giovedì, 26 novembre – ore 20.30    turno A

sabato, 28 novembre – ore 20.30     turno B

UN BALLO IN MASCHERA

Melodramma in tre atti. Musica di Giuseppe Verdi. Libretto di Antonio Somma

Direttore

Pietro Mianiti

Regia

Nicola Berloffa

Biglietti in vendita presso la biglietteria del Teatro e online su www.teatrosocialecomo.it

Prezzi da 16 a 58 euro + prevendita.

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UN THRILLER PERFETTO

di Nicola Berloffa

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Per cogliere la completezza de Un ballo in maschera, bisogna pensare di lavorare su quattro opere differenti, per situazioni, scene, intrecci. Ballo è un’insieme schizofrenico, forse l’unica vera opera verdiana bagnata nel grande romanticismo ottocentesco europeo, un’opera di tormenti, follie e ironia. Questo insieme di elementi drammaturgici permettono una totale libertà di espressione al regista che può attingere a piene mani da tutto il repertorio.

Nel libretto troviamo vari piani di lettura: una causa politica fa da sfondo ad una storia d’amore platonica, in alternanza a scene più leggere con un rimando all’operetta francese ottocentesca; il compito più arduo è cercare di livellare in modo giusto tutti questi ingredienti senza castrare il gusto di ogni singola scena, scene che si susseguono con alternanze bipolari di sentimenti e di smarrimenti.

Da libretto ci troviamo a Boston nel ‘700, dove in una lasciva corte capitanata dal Conte Riccardo si scontrano pensieri più puritani e retti. I congiurati operano nella loro causa, l’omicidio del Conte, dall’inizio stesso parte un countdown serrato per lo spettatore che attenderà con ansia la scena del delitto finale, insomma… un thriller perfetto.

La forte caratterizzazione folcloristica di alcune scene permette di dipingere un’America da cartolina dove si intrecciano al dramma tutti gli elementi necessari per spiegare allo spettatore la scena. Proprio da questo ipotetico dramma folcloristico parte l’idea di regia: un viaggio nell’immaginario storico e visivo di quello che potrebbe essere l’America in un dramma romantico. Una ricostruzione evocativa del Teatro Ford di Washington, luogo dove si è svolto un’altro omicidio politico storico, quello di Abraham Lincoln, fa da cornice allo svolgersi della storia con una ricostruzione fortemente teatrale di tutti i luoghi deputati all’azione; cowboy, indiani, amish, cortigiani e borghesi si scambiano continuamente in questo dramma di ‘travestimenti’, in cui fino alla fine le vere identità non saranno messe a nudo.

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SCHERZO O FOLLIA?

di Pietro Mianiti

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Ne Un ballo in maschera Verdi voleva comporre un’opera in cui i pezzi chiusi non fossero il centro dell’opera ma la cornice dell’azione scenica, in cui ci fosse più sottolineatura espressiva della musica e della parola cantata. Questa concezione di teatro per Verdi si basava sulla volontà di avvicinarsi a una specie di traduzione musicale della struttura del teatro shakespeariano, di cui Verdi era appassionato lettore e di cui in quegli anni ambiva musicare Re Lear. Lo stesso soggetto doveva possedere caratteri misti e anticonvenzionali; a questa maturazione di stile corrispondevano anche orchestrazione più complessa e vocalità meno belcantistiche. Ballo resta una di quelle opere in cui Verdi riassume e matura i materiali della tradizione. Il linguaggio è ancora tradizionale, ma depurato delle ‘cose inutili’: i due interventi di Riccardo (La rivedrà nell’estasi) e Renato (Alla vita che t’arride) riuniscono ciascuna in una sola struttura la doppia funzione di cantabile e cabaletta; l’aria di Amelia – Morrò ma prima in grazia – comincia e finisce in minore (prima di allora, cosa mai accaduta in opera italiana).

Dopo la prima, le accuse di compiacimento allo stile del grand-opéra nei confronti di Verdi erano motivate da alcuni momenti di gusto francese (molti ritmi nelle scene con Riccardo, le due canzoni di Oscar, il finale della prima scena, quella dell’estrazione a sorte). Alla fine l’opera risulterà compostamente classica da una parte e volonterosa di novità dall’altra. La fortuna critica di Ballo si può, infatti, sintetizzare in breve: per anni, fu considerata una schifezza, poi improvvisamente un capolavoro. Dopo un discreto successo per una trentina d’anni, Ballo era caduto nell’oblio, snobbato durante la reinassance verdiana dagli anni ’20; ma durante gli anni ‘50, sotto la spinta dell’interesse per le opere problematiche di Verdi, riebbe improvvisa rinascita, fino a raggiungere toni esaltati.

Verdi tende a eliminare in quest’opera melismi e ornamentazioni, riducendo l’agilità e avvicinando, in linea con le proprie concezioni del teatro, la parola cantata a quella parlata. I tre personaggi principali necessitano di cantanti espressivi, duttili e recitanti: una recitazione artificiosa può trasformare quest’opera da autentico dramma a parodia di se stessa. Fra le voci secondarie, l’unica a mantenere qualche carattere del belcanto tradizionale è Oscar, l’alter ego spensierato di Riccardo, soprano leggero e brillante con fioriture (caso raro di un soprano per una parte en travesti). Il tenore del Ballo è finalmente piegato – come Verdi aveva già incominciato a fare con le parti baritonali – a inflessioni e sfumature psicologiche, che per la voce di tenore erano respinte dalle tradizioni belcantistiche. Per la parte di Renato troviamo un baritono verdiano che già conosciamo dai tempi di Germont: un baritono cantante, con elevazioni liriche a registri quasi tenorili. A questo baritono sono affidati due momenti fra i più alti dell’opera: il cantabile Alla vita che t’arride e l’aria Eri tu che macchiavi: quest’aria, giustamente celebre per la difficoltà interpretativa, affianca ai drammatici squilli del recitativo le mezzevoci nel registro acuto, intessuti a nostalgici abbandoni. Amelia alterna momenti quasi da mezzosoprano a pure melodie sopranili: nel primo caso Ma dell’arido stelo, il terzetto Odi tu come fremono cupi (atto II), l’aria Morrò, ma prima in grazia (atto III); nel secondo il duetto d’amore del secondo atto e la scena della congiura. Per la parte di Ulrica, Verdi sfrutta la tessitura del contralto in modo meraviglioso e mette in evidenza le più belle caratteristiche di questa vocalità nel momento dell’invocazione a Satana È lui ne’ palpiti e in Re dell’abisso. Un ballo in maschera è un’opera molto varia di colori strumentali, di contrasti improvvisi, ricca di emotività e densa di stupori: un colore scuro robusto ed immediato alternato a improvvise trasparenze sonore dove la drammatizzazione del testo musicale e lo ‘scherzo’ sono vicini alla ‘follia’.

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