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Como e Lomazzo due mostre per Francesco Somaini. Scultore “in grande”

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Francesco Somaini, scultore (Lomazzo 1926 – Como 2005). Due mostre celebrano il decennale della scomparsa del grande maestro lombardo, due rassegne di diversa intenzione, allestite a Lomazzo e a Como, saranno inaugurate il 30 ottobre: nel paese in cui l’artista è nato e ha operato per oltre mezzo secolo dove sono nate le principali opere di Somaini, e nella città in cui si è formato, ha partecipato alle esperienze del gruppo Como, ha più volte esposto e in cui è poi venuto a mancare. Entrambe le mostre chiuderanno il 22 novembre

Immaginare Scultura 1945-1999
Palazzo del Broletto – Como

L’esposizione, curata da Enrico Crispolti e Luisa Somaini, si pone l’obiettivo di approfondire la produzione in carta dell’artista, partendo da una nuova prospettiva di lavoro, resa possibile dalla schedatura sistematica dei materiali d’archivio in previsione della pubblicazione del catalogo ragionato dell’opera, che permette di individuare con maggiore precisione le diverse modalità e intenzioni che muovono nel corso di oltre mezzo secolo l’autore alla realizzazione di fogli destinati a restare privati, ad accogliere e sostenere una particolare ricerca formale o piuttosto a documentare determinati raggiungimenti stilistici.
“Immaginare scultura” conduce quindi, per la prima volta, nel cuore del laboratorio dello scultore attraverso sei sezioni tematico-cronologiche che approfondiscono momenti esemplari della sua attività, accostando prime idee, appunti di lavoro, fogli di taccuino, spesso inediti, a disegni finiti, capi d’opera più volte pubblicati, considerati dall’artista stesso come i più rappresentativi.
Sezioni dedicate al tema della Lotta che nelle sue diverse declinazioni permette di gettare un ponte tra gli anni della formazione in ambito europeo e l’ultima stagione creativa, al periodo postcubista, all’elaborazione della forma che dall’osservazione della natura conduce all’astrazione concretista e alla “poetica del frammento” del periodo informale, alla serie delle Metamorfosi, caratterizzata dalla messa a punto della tecnica degli “inchiostri dilavati”, alla sequenza di carte legate alla riflessione utopica sul rapporto tra scultura, architettura e contesto urbano e alla successiva esecuzione delle Tracce.
Accompagnano i 87 disegni esposti 18 sculture chiamate a far da spina dorsale al percorso, allo scopo di analizzare le molteplici e talora misteriose relazioni esistenti tra pratiche diverse, senza cadere nello sterile esercizio interpretativo che tende a farci considerare il disegno degli scultori, come una rappresentazione sul piano di un’opera tridimensionale.
In margine alla mostra, un itinerario di visita nel territorio comasco nei luoghi che conservano opere realizzate dallo scultore, dalla Porta d’Europa nell’area Bennet a Montano Lucino al Ninfeo di Villa d’Este a Cernobbio.

Catalogo Silvana Editoriale con testi di Enrico Crispolti e Luisa Somaini

Eseguito In Lomazzo Como Italia
Varie sedi – Lomazzo (Como)

L’esposizione, curata da Beatrice Borromeo, Alberto Monti e Fabio G. Porta Trezzi, propone un doppio itinerario di visita nel paese in cui l’artista è nato, ha scelto di vivere e di operare a partire dai primi anni cinquanta e per oltre mezzo secolo.
Lomazzo conserva, infatti, numerose opere dello scultore che consentono di ricostruire a grandi linee l’evoluzione del suo percorso creativo e di conoscere i diversi ambiti in cui si è cimentato, dalla scultura al disegno, dal mosaico pavimentale alla vetrata.
In occasione della mostra che commemora il decennale della sua scomparsa, sono temporaneamente esposti altri lavori importanti, ad integrazione delle opere collocate permanentemente in loco.
Il percorso tocca i luoghi che conservano realizzazioni dell’artista (dalla Chiesa dei Santi Vito e Modesto, al monumento ai caduti e alla tomba dei parroci del cimitero) e le sedi di esposizione di altri lavori (dal Municipio alla Comonext e allo Spazio A.gi.ti.s.a.s. – Le torri immobiliare).
A partire dagli anni della stagione informale e dell’affermazione a livello internazionale, Somaini ha iniziato a imprimere un marchio di produzione sulle fusioni delle proprie sculture con la dizione “eseguito in Lomazzo Como Italia”, oltre alla firma e alla data, con l’obiettivo di ribadire la sua appartenenza alla grande tradizione della scultura italiana e di portare al contempo l’attenzione del pubblico al suo atelier, terreno d’infinita libertà e avventura, il luogo in cui avveniva concretamente la creazione dell’opera e si procedeva, dopo la parentesi del lavoro in fonderia, alla sua ripresa, finitura e punzonatura.
Nel laboratorio di Lomazzo si compiva, infatti, l’intero processo creativo che porta all’invenzione e alla realizzazione di un motivo: dalla prima idea, fermata sulla carta, all’esecuzione del modello della scultura attraverso l’impiego di procedure tradizionali, ma frequentate con modalità personali, in linea con lo sperimentalismo e l’azionismo di certa cultura informale.
Nei primi anni sessanta l’artista ha iniziato a utilizzare per l’intaglio del blocco di materia il getto di sabbia a forte pressione, dotando il suo atelier di una apposita cabina di sabbiatura.
In mostra fotografie e documentari dell’artista al lavoro che permettono di entrare nel cuore del suo laboratorio lomazzese.

Catalogo Silvana con testi di Luisa Somaini, Beatrice Borromeo e Fabio G. Porta Trezzi.

Francesco_Somaini_Manifesto_Immaginare_la_scultura__L_atelier_Lomazzo_Como

 

Francesco Somaini nasce a Lomazzo (Como) nel 1926. Frequenta l’Accademia di Brera dal 1945 al 1947 sotto la guida di Manzù. Nel 1949 consegue la Laurea in Giurisprudenza. Concorrono alla sua formazione di scultore in questi primi anni di attività i numerosi viaggi compiuti in Italia e all’estero fin dalla metà degli anni Quaranta.

Esordisce alla Quadriennale di Roma nel 1948 ed espone per la prima volta alla Biennale di Venezia nel 1950, dove sarà presente anche nel 1954, 1956, 1958, 1960, 1964 e 1978. Nel 1955 si iscrive al MAC Espace. Nello stesso anno inizia la collaborazione con gli architetti all’insegna della “sintesi delle arti”. Nel 1956 partecipa alla Biennale di Venezia con grandi opere astratte in conglomerato ferrico, subito notate dalla critica internazionale, e tiene la prima personale alla Strozzina di Firenze. Nello stesso anno Léon Degand firma il testo della prima monografia.

Francesco_Somaini

Nel 1957 prende avvio l’importante stagione informale che lo porterà al successo internazionale. In questa fase fonde le sue opere preferibilmente in ferro, piombo e peltro, che poi aggredisce con la fiamma ossidrica e polisce nelle parti concave per accentuare l’espressività del dettato plastico.

Nel 1959 riceve il Premio come miglior scultore straniero alla Biennale di San Paolo del Brasile. L’anno seguente tiene la prima personale all’Italian Cultural Institute di New York, con la presentazione di G. C. Argan, ed è invitato con una sala personale alla Biennale di Venezia. Nel 1961 ottiene il primo Premio della critica alla Biennale di Parigi. In questi anni tiene numerose personali in Italia e negli Stati Uniti e partecipa a tutte le più importanti collettive internazionali.

Conclusasi la stagione informale, carica le sue opere di valenze simboliche, ponendo forme di violenta organicità in rapporto con volumi geometrici di impianto architettonico. Nella convinzione che la scultura abbia il compito di riqualificare il tessuto urbano (radicatasi già durante le esperienze compiute a grande scala, dalla metà degli anni Sessanta ai primi anni Settanta, in Italia e negli Stati Uniti), formalizza le proprie idee a livello utopico in numerosi studi progettuali, pubblicati nel volume Urgenza nella città (1972), steso a quattro mani con E. Crispolti. Sperimenta una tecnica personale di lavorazione mediante l’uso del getto di sabbia a forte pressione, che diviene a partire dal 1965 componente fondamentale del suo linguaggio plastico.

A partire dal 1975 studia una nuova tipologia plastica, eseguendo tracce a bassorilievo con il rotolamento di una matrice che lascia un’impronta in cui si rivela un’immagine criptica. Nello stesso anno inizia a utilizzare il marmo. Presenta le matrici, le tracce e i fotomontaggi di fantastiche visioni urbane nella sala alla Biennale di Venezia (1978) e nella personale al Wilhelm-Lehmbruck Museum di Duisburg (1979).

Dalla metà degli anni Ottanta, esegue lavori a grande dimensione in Italia e in Giappone, legati alla dialettica del positivo/negativo, e crea sculture improntate a un’organicità fortemente vitalistica, che propone nella retrospettiva al Palazzo di Brera a Milano nel 1997. Muore a Como nel 2005

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