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Mille a piedi nudi per i diritti dei migranti

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Venerdì 11 settembre un migliaio di comaschi ha marciato a piedi scalzi lungo le vie della città quale impegno di una parte della società civile nel riconoscere i diritti dei profughi è contro un muro di indifferenza che spesso circonda le piccole e le grandi azioni di solidarietà della nostra provincia.

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L’iniziativa si è svolta più o meno in sessanta città italiane e ha anticipato di qualche ora la #refugeeswelcome marcia che si è svolta in molte città europee.

A Como, quello di venerdì scorso, è’ stato un momento collettivo di consapevolezza su un fenomeno storico che ormai è strutturale nel nostro tempo e che deve essere affrontato con strumenti che solo gli stati e l’Europa hanno: corridoi umanitari, chiusura di quella terra di nessuno che sono i centri di detenzione, per una accoglienza vera e rispettosa, superamento del regolamento di Dublino e creazione di un sistema unico di asilo, forti investimenti statali. Gli uomini e le donne che per diversi motivi si spostano sono anche una risorsa fondamentale per le nostra economie. Insieme ai tanti cittadini anche alcuni esponenti della politica locale, dall’assessore alle Politiche sociali al presidente del Consiglio comunale a consiglieri e consigliere della maggioranza di centrosinistra, hanno sfilato in città.

 

Da Ecoinformazioni il racconto di Stefano Zanella della Marcia delle Donne e degli Uomini Scalzi di Como
Sono davanti al Duomo, con le mie scarpe in mano, e sorrido. Sorrido guardando Il baule dei suoni che mette in musica canzoni di altre terre, e c’è una ragazza uguale a me che suona un piccolo bongo. E dire che ero arrivato in piazza San Fedele inquieto e arrabbiato con il mondo, ma facciamo un passo indietro.

Tante persone, tante associazioni, partiti, sindacati e tanti giovani si sono ritrovati in piazza San Fedele, per iniziare una marcia più che pacifica: “indifesa, senza scarpe”. In questa maledetta latitudine geografica dove la violenza nazifascista si prende ancora i suoi spazi con la forza, cercando di camuffarsi maldestramente come “meeting sportivo” prima, e poi con vecchi sofismi, noi eravamo lì. Nel cuore della città, tanti, tantissimi, visibili, indifesi, gioiosi, umani.

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Nessun passante che gridasse la differenza tra buonisti e arrabbiati, “accoglieteli a casa vostra!”, slogan partito da una politica che non ha saputo dare soluzioni per tanti anni, e ora scarica la colpa sulla gente. Avrebbe scoperto che non c’è nessun “buonista”, che siamo più arrabbiati noi. Non vogliamo trattare queste persone come bambini, non vogliamo assistenzialismo, né tanto meno soluzioni che fanno ribollire il sangue ancora di più (facciamoli lavorare gratis, magari nei “meeting sportivi” di Forza nuova).Vogliamo sia lo stato a dare soluzioni, vogliamo politiche di accoglienza serie, non che il tutto sia trattato come fosse una calamità naturale cadutaci addosso. Non vogliamo che chi addita il migrante come capro espiatorio sia il primo a specularci sopra voti e soldi. È la gente a chiederlo, quella che sta in piazza, quella che non si nasconde. È la stessa che in Germania accoglie i profughi tra applausi e doni, la miglior immagine di un unico popolo, che chiede alla politica di non costruire quei muri che poi le persone devono scavalcare tragicamente.

Con tutti questi pensieri da “sarà che a vent’anni è tutto ancora intero” (ventuno), o “sarà che voglio un mondo che abbia sempre vent’anni”, mi sono ritrovato in piazza Duomo senza rendermene conto. Alcuni interventi al megafono, che qui risuona molto più chiaro che in piazza San Fedele, poi inizia il concerto de Il baule dei suoni, un’orchestra di ragazzi e ragazze.

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E ora non ho più nessuna digressione a disposizione per ritardare lo scioglimento dell’indovinello iniziale. Da quando sono tornato dal mio anno di servizio civile non riuscivo a capacitarmi di come le persone vedessero povertà dove io vedevo una ricchezza inestimabile. Quando sale un latinoamericano sul bus non cambio posto, ma spero si sieda vicino a me. Le volte in cui ho discusso in spagnolo con loro, io visibilmente emozionato, ho guadagnato pericolosissimi inviti a feste di compleanno, o saluti di commiato con abbracci sinceri, senza nemmeno che mi si rubasse il portafoglio. Che fascino le donne con il velo, o gli uomini con questi calzoni leggeri e colorati, chissà quante storie e quanto avrebbero da insegnarci su noi stessi. Tornato dalla formazione dei nuovi servizio civilisti, persone meravigliose come sempre, la voglia di ripartire anch’io tra una settimana era tanta, e mi è apparsa più che mai davanti agli occhi la stranezza di questo mondo. C’è chi parte e va oltre oceano per arricchirsi di diversità, e noi abbiamo tutti i popoli del mondo sotto casa. Non è semplice avere a che fare con culture differenti, tutt’altro, ma ormai credo di non poterne fare più a meno.

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Ho i piedi scalzi, sorrido e guardo questa ragazza con disabilità che suona il suo piccolo bongo, non sbaglia un colpo, è felice come se suonasse per la prima volta queste canzoni che parlano di terre lontane. Sicuramente siamo in due a pensarla così, poi alzo lo sguardo, la piazza è piena. Siamo in tanti.

Snobbata dalla stampa tradizionale locale – troppo legata forse all’idea che il tema migranti sia interessante solo se si parla di accoglienza (di cuore) e non quando è in campo una strategia non emergenziale ma risolutiva (di testa e di cuore insieme)- diffusa dai mille canali del web e dall’informazione partecipata, la notizia della straordinaria manifestazione (a piedi nudi) è arrivata, ha coinvolto uomini e donne e un numero grandissimo di organizzazioni, culturali, sindacali, di promozione sociale, politiche (praticamente mancava solo la Caritas). Mille persone hanno percorso la città da piazza San Fedele a piazza Duomo, con loro anche un bel pezzo . E alla fine, in piazza Duomo, la gioia di essere in tanti in cammino sulla giusta strada della libertà e dei diritti per tutti si è espressa con la musica meticcia multietnica e multigenerazionale, naturalmente scalza, de Il baule dei suoni.

 

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Foto di Marisina Vescio

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